Volevo fare uno squisito esercizio di scrittura.
Placidamente ricordare, sorridendo, una casa vicina di felicità. E dormire, e ridere, e non pensare, non avere responsabilità – nemmeno la più piccola- studiare, amare, cristalli che cinguettano e vivere. E no, non era così.
Volevo ricordare, vibrando, ore notturne passate sul balcone, a guardare le stelle e contarle prima di dormire, che non finivano mai, per questo le contavi. Farfalle, nello stomaco e d’intorno, guardarle volare via (“e il suon di lei”) e non sapere se piangere, ridere, non far nulla, solo guardarle andare con una vena di nostalgia negli occhi, tristi, vittime del “sarebbe stato” di un sogno all’ennesima potenza.
Sbronze ridarole e panini che parlavano. O forse non erano loro, non era nessuno. E sola, immaginavo, perchè contar le stelle e guardarle e sognare è niente, le mie stelle sapevano di panini parlanti. Che ascoltavo mangiare.
Ed ero felice.